Scrivere 0.4 – Oggetti

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Tesman: Le mie vecchie pantofole! Le mie pantofole, comprendi?

Hedda: Davvero?  Ricordo che me ne parlavi spesso in viaggio…

Tesman: sì, ne sentivo spesso la mancanza. Bisogna che te le mostri, Hedda.

Hedda: No, veramente, non mi interessano.

Tesman: Ma pensa che furono ricamate dalla zia Rina, mentre stava a letto, malata com’era , come è. Oh! Tu non sai quanti ricordi sono legati a queste pantofole.

Hedda: non per me.

(Henrik Ibsen, Hedda Gabler, 1890)

Siamo arrivati alla quarta puntata, siete stanchi di indugiare, è arrivato il momento di far entrare in scena il protagonista. Sono d’accordo, facciamolo, ma prima che questo accada vi consiglio di preparare il terreno alla sua comparsa. Vogliamo che il lettore metta subito a fuoco il personaggio principale, che lo trovi da subito interessante, che desideri entrare nel suo mondo e conoscerlo?  Forse, non è detto. Ma che lo vogliate oppure no, vi invito in ogni caso a escludere l’ipotesi di elencarne pregi e difetti prima di presentarlo al lettore. L’effetto potrebbe essere il contrario di quello desiderato. No, l’amico di cui non facciamo che sentir parlare bene, perché la nostra migliore amica vuole rifilarcelo a una cena combinata, non potrà che esserci odioso; di tutte le parole usate per decantare la sua fantastica personalità non ce ne sarà una sola alla quale saremo disposte a credere. Quale che sia lo scopo del nostro discorso, persuadere qualcuno, la nostra malcapitata amica, o un ignaro lettore, di trovarsi davanti a un tipo spregevole, codardo, geniale, simpatico, odioso, infido, un personaggio capace di incutere timore, oppure di ispirare fiducia, di accendere il nostro desiderio di spegnerlo del tutto, ecco in nessuno di questi casi saranno le nostre affermazioni a convincere il nostro uditorio. Le affermazioni sono un modo sciatto di affrontare la questione dell’identità di un personaggio, le qualità non sono date e immutabili, ma legate agli eventi, le parole da sole non bastano, non bastano mai. E questo perché noi, e così il lettore, non abbiamo bisogno di sentirci dire dalla nostra amica, dall’autore, cosa una persona, un personaggio, è o non è, vogliamo scoprirlo da soli, basandoci sulla nostra esperienza, e sulla prima impressione che potremmo trarne, ben consapevoli che questa è una prima impressione parziale, discutibile, limitata, che forse verrà smentita quando avremo l’occasione di approfondire la conoscenza. Quindi: niente chiacchiere, nessun proclama, il mio consiglio è quello di affidarvi agli oggetti.

Oggetti: specchi, cappelli, tende, camicie, fiori: tutte le cose che “rendono la vita degna di essere vissuta”, direbbe Douglas Sirk, e che ci aiutano a raccontarla nel suo fluire, senza congelarla in un inappellabile giudizio. Gli oggetti, qualcosa di non trascurabile: su di loro cade la nostra attenzione, grazie a loro formuliamo le nostre prime ipotesi, loro per primi possono evocare l’impalpabile, dare corpo a un’idea. Gli oggetti: sono quello che sono, una moneta gettata in una sputacchiera, una sinistra bambola a grandezza naturale, con i boccoli, una sella da mettere sopra a un cavallo irrequieto ma sono anche altro, tutto quello che dal loro corpo rigido torna indietro verso di noi, carico di senso. Come potremmo arrivare a sentire il peso della voglia di riscatto di Dude senza assistere alla famosa scena del dollaro gettato nella sputacchiera? Cosa sarebbe Baby Jane senza la sua bambola, come potremmo capire in modo altrettanto immediato quale rapporto intercorre tra lei e sua sorella Blanche?

 Gli oggetti ci parlano, mandano inviti oppure ci respingono ; sono la parte del mondo creato sulla carta di cui di cui possiamo avere una conoscenza sensibile. Le cose, non le opinioni, il taglio di un vestito, non il giudizio sull’ineleganza di un personaggio, il contenuto di una borsetta, non la descrizione di un carattere, accennano a verità che sarebbe inelegante, fallimentare, sciatto, enunciare. Gli oggetti seminano domande, alimentano aspettative, aprono la strada al nostro personaggio: portiamoli in scena e lasciamoli lavorare per noi.

Nel primo atto di “Hedda Gabler”, Henrik Ibsen ha il compito di presentarci la bella e pretenziosa figlia di un generale, e riesce a metterci al corrente del fatto di trovarci davanti a una donna difficile da servire, maritata infelicemente a un idiota, dal carattere spietato, i nervi a fior di pelle, tormentata da un crescente disgusto per se stessa e la sua condizione, una donna incapace di tenerezza, crudele, dispotica, malinconica, pigra, altezzosa, senza mai dire nulla di tutto questo, ma servendosi di alcuni oggetti: bauli, una porta a vetri, un mazzo di fiori, un paio di pantofole, fodere di divani e poltrone, una carrozza, vecchi documenti, un cappello nuovo con i nastri, un paio di tende, una distesa di foglie appassite. La prima scena del primo atto è disseminata di oggetti, presenti o anche solo nominati, a cui è affidato il compito di raccontare Hedda in modo indiretto ma infallibile, fornendoci prove inconfutabili della sua disposizione d’animo, del suo carattere, dei suoi sentimenti, senza che questi vengano mai neanche minimamente enunciati.

La scena si apre con la visita a casa della vecchia zia del marito, la dolce e timida zia Julle, che si presenta a casa degli sposi di mattina presto, senza essere invitata. Da un breve dialogo tra la donna e la cameriera iniziamo subito a capire che Hedda, la bella figlia del generale, non è facile da servire, che è pretenziosa e dispotica. Come lo capiamo? Ci sono i suoi bauli a ricordarcelo, i suoi bauli carichi di vestiti con cui lei si presenta a casa in piena notte, di ritorno dal viaggio di nozze, pretendendo che la cameriera inizi subito a disfarli. La zia Julle ha paura di non piacere a Hedda, forse perché Hedda è così bella ed elegante e così fredda, e la zia Julle non può fare a meno di sentirsi inadeguata, di pensare che lei non è adeguata, non è abbastanza per lei, ma vuole piacerle, vuole piacerle ad ogni costo, perché ama suo nipote Tesman, più di ogni altra cosa, per questo zia Julle ha portato un mazzo di fiori in dono a Hedda, per questo ha comprato per sé un cappello e un parasole nuovi, un cappello elegante, con i nastri, che non la faccia sfigurare. La zia Julle è buona e servizievole, per questo si affretta ad aprire la finestra di casa del nipote, appena arrivata, per questo tira le tende per lasciar entrare la luce , per questo ha portato al nipote le sue vecchie pantofole, che lui indossava nella loro vecchia casa . Questo fa, la zia Julle, si muove tra gli oggetti, li porta in dono, li indossa, se ne serve per rendersi ben accetta, ma come per un oscuro sortilegio gli oggetti colpiscono Hedda come un insulto, che lei rimanda indietro verso la povera vecchia con vivace crudeltà. Gli oggetti portati in scena da zia Julle tornano indietro carichi del senso dell’identità di Hedda Gabler e ce la restituiscono con esatti tocchi sensibili. Ecco che Hedda si lamenta, accecata dalla troppa luce, eccola che afferma di trovare insopportabile l’olezzo dei fiori.  Tesman le mostra commosso le sue vecchie pantofole ma lei, irritata, commenta che per lei sono solo delle pantofole. Hedda è ovunque, la casa, la storia, le appartengono, e quando la sentiamo sgridare la cameriera per aver lasciato in giro il suo vecchio cappello, ferendo così a morte l’amor proprio della vecchia zia, allora sappiamo con chi abbiamo che fare. Nessuno dice nulla sul suo conto che valga la pena di ascoltare, tanto meno l’autore. Ma gli oggetti ci parlano di lei, attraverso di loro abbiamo il primo saggio della sua identità. Le cose che la irritano, le cose di cui si vergogna, le cose, foglie, le foglie già così gialle, già così appassite, che contempla malinconica dalla finestra, ci dicono meglio di qualunque parentesi espositiva chi lei sia.

Gli oggetti circondano i personaggi e spesso si sostituiscono a loro per lasciare dichiarazioni sul loro conto, per suggerire tutto quello che, detto in maniera diretta, li farebbe dissolvere o impietrire. Così Il Grande Gastby è anche la montagna di camicie colorate lanciate in aria davanti a Daisy, poco prima che lei cominci a piangere dalla felicità e dal rimpianto per lo spreco di quella magia che le sta ancora davanti, ma forse non è più la stessa. Gatsby è una rosa e Daisy è il suono della sua voce piena di monete, così come Hazel Motes, al principio, non è altro che il suo vestito turchino abbagliante da undici dollari con ancora attaccato il cartellino del prezzo, e Lolita è un calzino bianco, un paio di calzoncini estivi, lo smalto smangiato sulle unghie dei piedi, Emma Bovary è la sua torta nuziale ed Effi Briest è il baldacchino che desidera avere per la sua prima notte di nozze ed Erika Kohut è il vestito costoso appena comprato che viene nascosto nell’armadio ma che poi verrà fatto a brandelli dalla vecchia madre, e Madame Chauchat è il suono della porta sbattuta sempre alla stessa ora nella sala da pranzo del Sanatorio in cui soggiorna il giovane, cagionevole, Hans Castorp.  

Tutto quello che amiamo, quello che ci manca, quello di cui abbiamo paura, quello per cui proviamo rimpianto o che sospettiamo, può essere incarnato in oggetto; anche la primavera. Pensateci.

Il vestito non sospetta ancora che la sua carriera è appena finita, così di punto in bianco. Verrà messo via di nuovo, senza che nessuno l’abbia mai sfoggiato neppure una volta. Erika vuole solo possederlo, per poterlo guardare, da lontano. Non sente neppure il desiderio di provarlo, le basta tenere davanti a sé questa poesia di colori e di tessuto e muoverla con grazia, come fosse agitata da un vento di primavera

(Elfriede Jelinek, La pianista, 1983)

Oggi ho scritto troppo, non vi lascio nessun esercizio. Ho citato qualche film, qualche romanzo. Non so se nell’inventario di quello che avete visto e che avete letto qualche titolo manca all’appello, nel caso, se ne avete voglia, colmate la lacuna.

A presto.

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