Le trecce frastiche, il testo allusivo, il biopolitico: Mappa di Emanuela Cocco.

Le trecce frastiche, il testo allusivo, il biopolitico: Mappa di Emanuela Cocco.

La prima volta che lessi Mappa (2018) accadde questo: vidi le frasi muoversi, spostarsi e scambiarsi di posto. Dovetti chiudere il file perché guardare la pagina mi provocava – letteralmente, fisiologicamente – una vertigine. C’era qualcosa che non afferravo ma che intuivo: connessioni e concordanze a distanza, che se rintracciate avrebbero schiarito l’opacità del testo e la sua apparente impenetrabilità.

In Mappa troviamo per la prima volta l’editto e il diniego, una coppia di termini che ritornerà nei racconti Demiurnare (2019) e I Restituiti (2020).

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«Sei un uomo piccolo, uno come tanti. Guarda. Qui è dove ti trovi adesso. Ti vedi appena, sei questo puntino, questo qui. Seguimi. Ti condurrò lì dove ingrandirai. Sono un editto, una successione di geni del pensiero associata a una meta, una successione di segni […]. Vedi? Questa è la rappresentazione schematica dei tuoi dinieghi. Osserva. La linea tratteggiata mostra la risultante esatta dei tuoi possedimenti etici. Segui la freccia. Attento a dove metti i piedi. Il terreno è sconnesso. In questo punto qualcosa è franato. Questo tratto indica che la base su cui ti muovi è sommersa dall’acqua. Dovrai nuotare per attraversarla, dovrai liberarti di ogni peso superfluo, al momento opportuno. […] Alcune cose ti sfuggono, per il momento. Alcune entrate, al momento, ti sono precluse. Io sono la chiave. Ora procediamo. Stai attento. Passeremo da questa parte. Compiremo una serie di passaggi. Questo punto è dove processeremo le tue paure. Qui è dove ti libererai delle tue indecisioni. Le mie unità corrispondono ai battiti riformulati della tua indignazione, questa è la frequenza ricombinatoria della tua ansia, del tuo disprezzo. […] Qui dove ti ho condotto: ingrandirai. Ingrandirai. Ingrandirai a dismisura fino a perdere la concezione di quello che eri. Ingrandirai fino a restare solo. Ingrandirai fino a occupare interamente il disegno […]. Sono una mappa, tuttavia non conduco a nessun tesoro […] Credi di avermi trovato per caso? Non è così. Ti sei persuaso, a un certo punto, di avermi generata in piena libertà. […] Questo dovrebbe metterti sulla buona strada. Se non accade vuol dire che ho fatto bene il mio lavoro. Dovresti farmi a pezzi. Continui ad agitarmi in faccia agli altri. Ora sono la tua fede. Mi stai seguendo. Te la farò pagare» (pp. 44-45).

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Racconto breve in forma di monologo, Mappa può essere considerato un esempio di testo ‘allusivo’ o ‘suggestivo’, ossia di quel tipo di narrazione portatrice di tutte le informazioni necessarie, fornite tuttavia mediante l’utilizzo esclusivo di implicazioni e suggestioni anziché di affermazioni esplicite e dirette. La funzione di un racconto ‘vago’ è, dunque, quella di sollecitare il lettore a ricostruire ciò che è azzerato, a recuperare ciò che è stato cancellato dai movimenti ellittici, di omissione, compiuti da un intrico di frasi che pur rinviano a quanto omesso. Giungere al significato per inferenza è un’operazione che richiede, naturalmente, un maggior numero di passaggi (come d’altronde il testo, nel suo ripiego riflessivo, lascia presagire: «Alcune cose ti sfuggono, per il momento. Alcune entrate, al momento, ti sono precluse. Io sono la chiave. Ora procediamo. Stai attento. Passeremo da questa parte. Compiremo una serie di passaggi»). Ecco, allora, che la proposizione «Sono una mappa, tuttavia non conduco a nessun tesoro» si trova collocata nella parte finale del monologo pur assumendo, in verità, funzione di protasi rispetto ad esso.
Se la comprensibilità di un narrativo diminuisce quando l’informazione testuale non appare chiara o coerente, non mancano punti dalla speciosità ‘eterogenea’ o finanche ‘contraddittoria’; e sono proprio questi meccanismi a indicare contenuti tra i più pregnanti sul piano culturale.

«Questo dovrebbe metterti sulla buona strada. Se non accade vuol dire che ho fatto bene il mio lavoro»: grazie a questo urto semantico, la scrittrice romana costringe a fiutare l’esistenza di un tunnel sotterraneo e a rintracciarlo nel legame speculativo tra i «tuoi possedimenti etici» e i «tuoi dinieghi», e a illuminare quindi il senso di quell’«uomo piccolo, uno come tanti», incapace di trovare l’ago della propria bussola morale ma deferente milite nel seguire un ‘orientamento’ comandato.
L’atto del piccolo uomo di eseguire quel che l’«editto» sancisce equivale pertanto a un’auto-ricusazione, alla contraddizione di un atto passivo, che non porterà – lo si è appena visto – ad alcun tesoro, bensì a quella liberazione «delle tue indecisioni» che si rivelerà tanto narcotica quanto coercitiva in quanto accompagnata a «indignazione», «ansia», «disprezzo» e «paure». La sentenza finale «Mi stai seguendo. Te la farò pagare» rivela infatti che il destinatario è a suo modo una figura vulnerabile e succube, una marionetta che si affida con cecità a un raggiro ideologico («Ora sono la tua fede»).

Mappa è costruito come una treccia dalle plurime linee narrative che passano per una stessa fenditura, intersecandosi in determinati punti nodali. Alcuni di essi: «tratto», «linea tratteggiata», «disegno», ma anche «battiti» e «frequenza». Medesime immagini che rimandano tanto ai grafici delle rilevazioni orografiche quanto ai monitoraggi, clinici e ospedalieri, dell’ecografia e dell’elettrocardiogramma. Statistica e demografia, dunque, che indicano in questa mappa un dispositivo biopolitico. Da essa passano almeno tre elementi: il controllo della nascita e della crescita del mostruoso corpo sociale in via di sviluppo, la sorveglianza delle soggettività, e l’esercizio del plagio delle coscienze («Ingrandirai. Ingrandirai a dismisura fino a perdere la concezione di quello che eri»).
Vengono in mente le parole di Gilles Deleuze, che nel corso di un convegno dedicato a Michel Foucault disse: «Noi apparteniamo a dei dispositivi e agiamo in essi. […] In ogni dispositivo, bisogna distinguere ciò che siamo (ciò che non siamo già più) e ciò che stiamo divenendo: ciò che appartiene alla storia e ciò che appartiene all’attuale. […] In ogni dispositivo dobbiamo districare le linee del passato recente e quelle del futuro prossimo: ciò che appartiene all’archivio e ciò che appartiene all’attuale, ciò che appartiene alla storia e ciò che appartiene al divenire, ciò che appartiene all’analitica e ciò che appartiene alla diagnosi, che prende il posto dell’analisi seguendo altri percorsi» (G. Deleuze, Foucault, Cronopio, Napoli 2002, pp. 27-28).

E allora: se la mappa risulta dal disegno delle valutazioni dei sintomi dell’homo societatis e dell’homo biologicus, la diagnosi è però aderente a quella di pazienti mossi dal desiderio di sopraffare gli altri e nello stesso tempo di subordinarsi a un potere, ossia al quadro clinico di quelle soggettività che nella nomenclatura lessicale di Erich Fromm (Fuga dalla libertà) vengono qualificate come fasciste.

(Andrea Corona)

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