La pianista

Per Erika Kohut il sesso è una costruzione fantasiosa a cui mancano dei pezzi fondamentali, un giocattolo auto assemblato che lei non si è mai preoccupata di mettere alla prova. Ci sono alcuni dettagli rubati, il suo ricamo mentale prova a metterli insieme, ma è difficile capire se sta facendo un buon lavoro. Erika non ha un modello da seguire, pratica non ne ha mai fatta, deve affidarsi a quello che sente ma quello che sente le sfugge di continuo. Erika è estranea a se stessa e al suo corpo. Ci sono fantasie e desideri mai sperimentati a tracciare una via possibile per lei di dare e ricevere piacere, ma ci sono anche lacune così grandi dentro le quali affacciarsi che quando si deciderà a farlo la caduta sarà rovinosa. Quando fa la sua comparsa nel romanzo Erika sembra una bambina, pensi che lo sia perché non cammina, non corre ma “si precipita come un ciclone” a casa, dove vive con la mamma, che la chiama ancora “il piccolo terremoto”. Ma Erika ha quarant’anni. La madre ne ha molti di più, potrebbe essere sua nonna, e dorme con lei, sceglie i suoi vestiti, la controlla, chiede spiegazioni e conta fino a tre, la aspetta a cena, ogni sera, davanti alla televisione accesa, e se tarda, poi, sono guai. La mamma la sua piccola Erika l’ha cresciuta pretendendo il meglio, sussurrandole all’orecchio che lei era il meglio, che avrebbe dovuto essere il meglio, oppure niente. I suoi sogni di mamma sono violenti imperativi categorici ma Erika non riesce a essere questo tutto, questo meglio. Erika spesso si sente un niente. La madre le aveva giurato il talento eccezionale di una pianista riconosciuta in tutto il mondo ma a un importante concerto Erika ha fatto fiasco e il suo futuro si è inabissato nell’insegnamento al Conservatorio di Vienna. Erika non ce l’ha fatta, non era abbastanza concentrata o forse, per quanto nella vita non abbia fatto altro che concentrarsi, provarci, quel talento non c’è mai stato. Ora insegna al Conservatorio, insegna con il disprezzo, insegna agli altri come raggiungere un futuro che per lei è sbarrato, insegna e odia e, ora, nessuno la invidia più, nessuno pensa che LEI è tutto, che LEI è il meglio. Nessuno la vede più così è lei, ora, non vista, ad osservare gli altri, è lei ora a guardare. Perché Erika, a volte, sfugge alla madre e se ne va in giro a spiare le coppie che scopano in macchina, nei quartieri malfamati, oppure si infila nei più sordidi Peep Show, lei, la pianista, ora vuole vedere cosa succede quando si prova piacere, cos’è il sesso, cos’è quel modo di abbandonarsi all’altro e di trattenerlo dentro di sé, che lei non conosce. Finché uno studente non inizia ad amarla, si mette in testa di conquistare e poi di imporre, per lui sono la stessa cosa, il suo amore. Ci saranno le lacrime, il corteggiamento, ci sarà il sesso, finalmente, ma non la salvezza che sana, non la felicità. Ci sarà l’abbandono ma sarà più simile a un fendente che a una carezza. Elfriede Jelinek dissacra ogni cosa, la musica, la famiglia, l’amore. Il “Winterreise” di Schubert diventa il vagabondare nei vicoli, nelle strade non battute, di una guardona. L’amore con lo studente Walter Klemmer una tragica storia piena di inciampi, primo tra tutti la folle lettera di istruzioni sadomaso che la donna consegnerà al suo giovane spasimante, autorizzandolo, quasi, a farle del male, quasi fino a dettargli l’ordine di ferirla, stuprarla, di farle male più di quanto non le è mai stato fatto. Un esperimento, per Erika l’amore e il sesso resteranno questo, una serie di tentativi rischiosi dall’esito incerto, che le esploderanno contro, di cui dovrà pagare le conseguenze. La scrittura della Jelinek è crudele nel senso sublime del termine, esatta e sfarzosa, piena di accenni ad altre scritture che non sono mai vuoti rimandi ma compendi di discorsi solenni mai del tutto esauriti tra lei e la grande letteratura. Un personaggio tragico, di quelle tragedie assolute, un Filottète con la ferita esposta, questa è Erika Kohut. Non sa chiedere altro che il contrario di quello che desidera. Non avrà altro di quello che ha chiesto.“

La pianista”, Elfriede Jelinek, 1983#Inventario#letture#Immaginario#CongettureSuJakob

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